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Nel cuore della Grande Guerra. Riflessioni in occasione del 4 Novembre



Intervento di Roberto Ciambetti

 
Il tempo scolora le mostrine e sbiadisce le bandiere e così oggi nell’anniversario della fine della Grande Guerra, lontani da ogni retorica, non festeggiamo una guerra, ma commemoriamo i caduti, cercando di capire cosa realmente accadde in quei lunghi e sanguinosi giorno. “Il piano italiano di aprire un altro fronte nelle Alpi contro l’Austria-Ungheria fallì principalmente perché molti soldati italiani non erano motivati a combattere per uno Stato che non consideravano il loro, la cui stessa lingua era parlata da pochi di loro…”: così nota Eric J. Hobsbawm nel suo celeberrimo “Il Secolo Breve” aggiungendo poi che, dopo Caporetto, “gli italiani dovettero persino ricevere rinforzi dagli altri eserciti alleati”. Senza Francia e Gran Bretagna il fronte italiano non avrebbe retto e senza le truppe inglesi non ci sarebbe stata l’epopea del Piave e di Vittorio Veneto. “Without the presence of you and your troops there would have been no Vittorio Veneto” disse il Duca d’Aosta prendendo congedo dal Conte di Cavan, comandante militare della spedizione britannica in Italia, aggiungendo poi, profeticamente, che la storia sarebbe stata raccontata in maniera molto diversa.
 
Il richiamo al poco noto ruolo degli alleati non vuole negare l’abnegazione, lo spirito di sacrificio né delle truppe italiane, la cui sofferenze furono indicibili, né delle popolazioni che soffrirono quegli anni. Il Triveneto pagò un tremendo tributo di sangue e vide i suoi paesi distrutti e saccheggiati, con ferite che il tempo non ha ancora rimarginato: in Alto Adige non si sentono esattamente italiani e guai a parlare di porre mano allo statuto speciale che garantisce l’autonomia ai cittadini di lingua tedesca. Veneti, Trentini, Friulani, Giuliani, Sudtirolesi.
 
La Guerra del 14-18 per noi, Veneti, Trentini, Friulani, Giuliani, Sudtirolesi, e per buona parte dell’Europa è ancora “Grande”, “un evento più traumatico e terribile nel ricordo di quanto non lo sia stato la seconda guerra mondiale”. Non più di un soldato francese su tre superò indenne il conflitto e gli inglesi persero una intera generazione, mezzo milione di uomini, sotto i trent’anni. In Italia vi furono 651 mila caduti soldati e ben 589 mila civili. Gli studi più attendibili parlano di almeno 16 milioni di morti e più di 20 milioni di feriti e mutilati, sia militari che civili. Anche se i più non hanno memoria delle “gueules cassées”, i volti sfigurati dei reduci che ricordavano a tutti negli anni postbellici quell’immane tragedia, possiamo ben capire perché la Grande Guerra, almeno da noi in Veneto al pari di quanto accade nelle Fiandre, in Belgio, in Francia e Gran Bretagna, in tutto il Commonweath, susciti ancora oggi emozioni e commozione. Questo spiega perché quel ricordo sia capace di ispirare opere d’arte di impatto come l’installazione “In Flanders Fields” di Berlinde De Bruyckere, che non a caso apriva la mostra dal Mart di Rovereto dedicata al primo conflitto mondiale, per non parlare degli 888.246 papaveri di ceramica che lo scorso anno dettero vita alla “Blood Swept Lands and Seas of Red” di Paul Cummins e Tom Piper alla Torre di Londra.
 
Da noi, nel Triveneto, la Grande Guerra è memoria vera e viva: pensiamo al bellissimo sentiero “Dalle Storie alla Storia” che a Luserna (Tn) guida tra i boschi ad una riflessione sulle atrocità, contraddizioni, ferite aperte e drammi personali, della guerra. Pensiamo alla partecipazione sentita ancora oggi alle cerimonie commemorative o a quanti salgono rispettosamente sui campi di battaglia. Forse nel resto d’Italia le cose sono diverse: da noi la Grande Guerra non è stata faccenda di sovrani e generali, ma quotidiana sofferenza di soldati e povera gente. Eravamo nel cuore della Guerra. E forse per questo l’abbiamo, ancora oggi, nel nostro cuore.
 
Roberto Ciambetti 
Presidente del Consiglio Regionale del Veneto


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